giovedì, 3 Aprile 2025

Giannola (Svimez): il Sud migliora, ma aumenta il divario

Dal Rapporto Svimez 2024 leggero ottimismo, ma per il Sud si riapre divario con il Nord. Giannola: recuperare strategia mediterranea

“Le nostre previsioni per l’anno appena iniziato sono già molto meno positive per il meridione. Svimez stima, infatti, una crescita del Pil dello 0,7%, inferiore all’1% del Centro-Nord. Quindi si riapre la forbice del divario”. Così Adriano Giannola, Presidente Svimez (Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno), intervistato da Anna Ferrentino per Thedotcultura sulla situazione dell’economia del Sud.

Originario delle Marche, Giannola ha fatto parte del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulle Piccole Imprese di Capitalia ed è stato Presidente dell’Istituto Banco di Napoli. Ha acquisito una profonda comprensione della realtà del Mezzogiorno. La Svimez è stata fondata il 2 dicembre 1946, concentrandosi su due principali direttive: la prima consiste nell’analisi sistematica e dettagliata della struttura e dell’evoluzione economica del Mezzogiorno e dello stato di attuazione delle politiche di sviluppo. La seconda prevede la conduzione di ricerche su vari aspetti della questione meridionale, con l’obiettivo di soddisfare esigenze conoscitive e analitiche e di definire criteri utili per guidare gli interventi di politica economica sia regionale che nazionale, spiega. L’esperienza accumulata dall’Associazione negli anni ha permesso la stesura annuale di un “Rapporto sull’economia e sulla società del Mezzogiorno”, che rappresenta il principale documento di analisi sulle dinamiche economiche e sociali del Sud e sulle politiche di sviluppo del Paese.

Rapporto Svimez 2024: il Mezzogiorno è cresciuto più del Centro-Nord (+0,9% contro +0,7%)

Giannola non ha dubbi: “La Svimez i primati li documenta, battezzando l’anno appena terminato come quello della Crescita Differenziata. È vero, dal nostro Rapporto 2024 traspare un leggero ottimismo, senza però trascurare che il contesto internazionale e nazionale va progressivamente peggiorando, soprattutto per fattori esogeni all’economia italiana. Il Sud va un po’ meglio, a dimostrazione di quanto abbiamo sempre sostenuto, che cioè, se si investono risorse in modo oculato, la risposta del Mezzogiorno arriva. I primati del Sud hanno una spiegazione molto semplice che prende il nome da una delle sette opere della Misericordia dipinta a Napoli da Caravaggio: dar da mangiare agli affamati. Ma le nostre previsioni per l’anno appena iniziato sono già molto meno positive per il meridione, la Svimez stima, infatti, una crescita del Pil dello 0,7%, inferiore all’1% del Centro-Nord. Quindi si riapre la forbice del divario. Fuor di metafora, per mettere davvero in marcia il Sud, secondo motore del Sistema Italia, dobbiamo al più presto recuperare la centralità della strategia mediterranea, colpevolmente abbandonata negli scorsi anni, attraverso la valorizzazione delle Autostrade del Mare, e puntando con convinzione sulle Transizioni Energetica e Climatica, per le quali il Sud gode di vantaggi ampiamente sottoutilizzati e può offrire un contributo significativo”.

un Sud che sta rivalutando le sue risorse: buon uso el PNRR o c’è una di crescita economica o culturale?

“Sicuramente è da apprezzare l’intento di coordinare le risorse stanziate per il PNRR con quelle dei programmi dei fondi strutturali europei, oggi resi vasi comunicanti rispetto all’originale, rigida incompatibilità. Integrazione e sinergia strategica riducono inefficienze e incertezze. Fa notizia, anche scalpore e stimola qualche piccata reazione, la crescita di un Sud che supera il Centro-Nord, così come mettere in vetrina un Mezzogiorno che macina record di occupati. Questo Sud si presta a comodo simbolo del successo della strategia governativa che mediaticamente lo rilancia nel formato della Zona Economica Speciale Unica (ZES). Primati veri e apparenti allo stesso tempo: la contabilità scientifica avverte che aumentano gli occupati ma diminuiscono le ore lavorate e la schiera dei lavoratori poveri. Se poi torniamo a contare gli occupati con le unità di lavoro e non con la semplice contabilizzazione che considera occupato chi abbia lavorato un’ora, saremmo molto meno contenti. Ci spiegheremmo allora la voragine della produttività stagnante dalla quale non si esce, e il grigiore della stagnazione generale più evidente al Nord, sia Ovest che Est, del tutto conclamata nel Centro Italia e che è invece persistente normalità al Sud. In definitiva, non c’è nessun miracolo, con buona pace della premier, né tantomeno ci sono vecchi miti che si dissolvono”.

La legge di bilancio penalizzerà il Mezzogiorno?

Prosegue Giannola: “Entro luglio il Presidente del Consiglio, che ha avocato a sé la delega per il Sud, dovrà aggiornare il Piano strategico della ZES unica. A quella data sarà possibile rilevare se prevarrà la policy che indirizza massicci flussi di risorse pubbliche verso la reintrodotta mini-decontribuzione Sud nella manovra 2025. A mio avviso, si tratta di una misura non selettiva di intervento sul costo del lavoro per unità di prodotto, a compensazione dei peggiori fattori di contesto che condizionano le imprese del Sud contribuendo – e non poco – al persistere di una minor produttività delle imprese meridionali rispetto al Centro-Nord.  Ha avuto un costo molto elevato per il bilancio pubblico, nel 2023 è costato 3,6 miliardi mentre quei soldi potrebbero essere più utilmente spalmati con criteri più selettivi, puntando su bonus specifici, come quelli a favore di giovani e donne della Zona Economica Speciale Unica. E ancor meglio privilegiando il Credito di Imposta, misura che più che alla compensazione, mira alla promozione della competitività, favorendo le imprese nuove del Mezzogiorno che acquistano beni strumentali.

Che deve fare il governo?

“Il Governo deve scegliere se privilegiare il costoso vantaggio immediato di un sostegno non selettivo e assistenziale o se scommettere sulla promozione in conto capitale, in forme adeguatamente selettive, per classi dimensionali e specializzazioni produttive di iniziative di consolidamento e crescita strutturale. Ciò incide non poco sulla legge di bilancio 2025, vincolata a tenere la spesa nei parametri del Patto di Stabilità. L’anno appena cominciato vedrà numerose, decisive scadenze in calendario, a partire dal PNRR, dove i dati di spesa ci dicono che per le opere pubbliche più complesse, in particolare quelle gestite dalle Ferrovie e dall’Anas, si procede ancora con troppi ritardi in fase attuativa. Ci preoccupa molto il taglio di 5,3 miliardi al Mezzogiorno nel triennio 2025/2027 e il definanziamento da 4 miliardi a 800 milioni in 10 anni del Fondo di perequazione infrastrutturale. Se la ZES Unica assolverà al compito di mettere ordine e gerarchia nell’uso dei fondi per la Coesione realizzando una fisiologica programmazione Stato-Regione, evitando duplicazioni e sovrapposizioni con le risorse del PNRR, allora il suo ruolo sarà stato utile. Ma attendiamo la prova dei fatti”.

L’Autonomia differenziata potrebbe essere un beneficio per il Mezzogiorno?

“La retorica leghista lanciata verso l’Autonomia Differenziata della legge Calderoli è stata fatta rapidamente a pezzi dall’accurata chirurgica dissezione della Corte Costituzionale. E non poteva essere altrimenti. Il tema dell’Autonomia s’innesta su un’esigenza fondamentale: mettere al centro del dibattito la terapia per l’Italia, il grande malato d’Europa. Ne do un giudizio pacato, né sono contrario in assoluto, ma dipende da come è fatta. Mi chiedo, allora, per quale motivo non sia finora stata rispettata la norma secondo cui la quota delle risorse ordinarie delle spese in conto capitale a favore delle otto regioni del Mezzogiorno non avrebbe mai dovuto essere inferiore al 34% del totale nazionale, corrispondente al peso che la popolazione del Meridione ha. La verità è che i ceti dirigenti del Nord con l’Autonomia Differenziata hanno voluto prima di tutto blindare il meccanismo della spesa storica nei trasferimenti. Un fatto deve essere chiaro, l’ammontare del trasferimento delle risorse, nell’ambito delle funzioni che potranno essere affidate alle regioni che ne faranno richiesta attraverso intese tra Stato e Regione, è potenzialmente irreversibile nelle intenzioni del Ministro, un tratto che la Suprema Corte ha censurato ribadendo l’emendabilità riaffermando così decisamente il ruolo del Parlamento. Di questo, benché sia previsto chiaramente nel testo della legge Calderoli, nel dibattito pubblico non si è parlato quasi mai”.

Prosegue Giannola: “Cosa grave perché avrebbe contribuito a svelare i veri obiettivi di questa Autonomia raffazzonata, che aggraverà, non risolverà, i problemi del Paese. Non se ne parla in quanto (in attesa della definizione delle funzioni trasferibili, dopo aver fissato i Livelli essenziali delle prestazioni, che vanno garantiti in tutte le regioni, se mai saranno fissati) chiarirebbe che i governatori delle regioni del Nord vogliono subito il trasferimento delle funzioni non LEP così da blindare, in maniera irreversibile, la spesa storica. Per questa via l’Italia tutta regredisce, mentre il Paese si spacca in due e ciò è un suicidio anche per il Nord, che continuerà a perdere posizioni rispetto al resto dell’Europa. Questa subdola costituzionalizzazione del criterio della spesa storica contrasta col formale impegno disatteso da quando nel 2009 fu emanata la legge 42 in attuazione dell’articolo 119 del Titolo V”.

“In sintesi, l’Autonomia Differenziata è una possibilità offerta dalla Costituzione alle ben precise condizioni della legge 42 di attuazione dell’articolo 119 sul federalismo fiscale, che, guarda caso, porta anch’essa la firma del ministro Calderoli. Per fortuna, è intervenuta la Consulta a smontare tale pericoloso disegno di revisione costituzionale, dietro il quale si cela il progetto di far nascere il Grande Nord Sovrano, non escludendo per reazione, di alimentare l’illusione di un Grande Sud, in un’ormai Piccola Italia: una prospettiva opposta e lontana dalla terra promessa del federalismo liberale”.

Cosa si dovrebbe fare per incentivare il turismo al Sud? Giannola: tutelare i territori

Il turismo fa parte di una filiera che ha un rilevante peso economico e notevoli potenzialità inespresse, concentrate nelle regioni del Sud, e che, se adeguatamente sostenuta con interventi mirati, può contribuire in misura importante all’aumento del Pil e dell’occupazione. Va detto che, come per le imprese, anche in questo caso il Sud paga lo scotto delle diseconomie esterne (qualità e consistenza di adeguate infrastrutture e reti di connessioni).  Ma oltre a ciò il turismo non può essere di per sé sufficiente a sostenere lo sviluppo di un sistema produttivo ampio e articolato, in un territorio demograficamente consistente come quello meridionale. Uno sviluppo economico del Mezzogiorno non potrà non avere ancora al centro l’industria manifatturiera, con i servizi avanzati ad essa collegati e la logistica, che insieme, e non in alternativa, al turismo potranno costituirne la base portante”.

Sud, Giannola: necessaria una chiara politica industriale

“Siamo d’accordo a calare in un orizzonte logistico-territoriale chiaramente definito una strategia di politica industriale attiva e selettiva centrata su filiere strategiche già insediate nel Mezzogiorno accompagnata dagli strumenti agevolativi messi in campo. La Svimez è inoltre da sempre favorevole a sfruttare la vocazione mediterranea del Sud per rimettere in marcia le aree meridionali, scommettendo sulla logistica a valore interpretata soprattutto come strategia di sistema articolata in porti e retroporti, attrezzati e fortemente favoriti dai privilegi fiscali delle Zone Doganali Intercluse, gestite in coordinamento dalle competenti Autorità Portuali. Un’opportunità per avviare uno sviluppo sistemico che non si limiti solo ad incrementare i traffici di persone e di merci e per contribuire significativamente a garantire gli adempimenti connessi alla doppia transizione climatica ed energetica.

Giannola: avviare operatività retroporti e infrastrutture Sud

“Per conseguire quest’obiettivo è prioritario definire ed avviare rapidamente l’operatività, al momento carente e poco attiva, dei retroporti e delle connesse infrastrutture, indispensabili per dare concrete basi e consolidare il vantaggio competitivo da anni inseguito senza successo, ora a portata di mano, per cogliere il vantaggio posizionale-produttivo-vocazionale offerto dalla troppo a lungo disertata prospettiva mediterranea del Sud. Ecco perché la ricca struttura portuale meridionale va rapidamente adeguata attrezzandola con l’indispensabile struttura logistica del sistema retroportuale. Ciò per realizzare il salto funzionale necessario a rendere possibile quel new manufacturing che consenta di lavorare una sempre maggior quota dei container e quindi di superare il ruolo fin qui prevalente di un puro transhipment. Una scommessa da vincere rapidamente per recuperare ruolo e protagonismo nel presidio del Mediterraneo, partendo dai porti di Gioia Tauro, Taranto, Augusta e Catania, per risalire via Napoli e Bari ai porti del Centro-Nord fino a Genova e Trieste”.

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