giovedì, 3 Aprile 2025

Piccola guida per la comprensione dello sciamano della porta accanto

Post-verità, effetto Dunning-Kruger, plebeismo: tre concetti per comprendere meglio la natura di alcuni fenomeni che rischiano di farci precipitare nel sonno della ragione


L’hanno chiamata plebaglia, che pure è altra cosa rispetto al popolo: ma anche questa distinzione non ci rassicura. Perché in questo caso tra gli assaltatori del Campidoglio, tempio della Democrazia Usa, non c’erano emarginati e rifiutati dalla società, ma medici, insegnanti, commercianti, amministratori e funzionari locali, persino ex broker.
Insomma, c’era quella che un tempo sarebbe stata definita classe media, che oggi si è allargata anche agli operai per effetto della crisi economica. Un’orda paranoica, fortemente convinta di agire in nome della verità e in difesa della patria, dopata da un rancore virale, non disponibile a confrontarsi con gli altri in termini di ragionamenti e fatti obiettivi.
Lo sciamano Jake Angeli, simbolo grottesco dell’assalto al Congresso americano, è la versione farsesca (e forse meno pericolosa) dell’arrabbiato del terzo millennio, figlio della crisi di valori ancor prima di quella economica, pompato dai social network, impermeabile alla ragione. Lo sciamano made in Usa è molto simile allo sciamano di casa nostra: è il vicino di casa che sbuffa per la mascherina, che impreca contro tutto e tutti, che odia su Facebook.

Non so se il fascismo e il nazismo siano nati così. Ma ho l’impressione che il modo più sbagliato in assoluto per uscire da un pericolo totalitario sia quello di chiudersi a riccio, puntare l’indice e rifiutarsi di capire perché quella donna o quell’uomo apparentemente tranquilli o normali siano anche loro “sciamani”. Allo stesso modo è sbagliato pensare che basti puntare sulla verità, dell’inconfutabilità dei fatti, per far ragionare chi è imbevuto di miti, di dogmi e di paure. È difficile ipotizzare che in breve tempo si possano sanare le ferite sociali, ma intanto può essere utile ritornare su alcuni concetti che ci aiutano a comprendere meglio la natura di alcuni fenomeni che rischiano di farci precipitare nel sonno della ragione.

POST VERITÀ: I FATTI NON CONTANO, LA FEDE CIECA PREVALE SULLA REALTÀ

Nel suo capolavoro 1984 George Orwell immaginava una realtà in cui la verità era subordinata alla politica: è quello che sta accadendo, in parte, oggi.
Secondo la definizione attinta da Wikipedia con il termine post-verità, traduzione di post-truth, si “indica quella condizione secondo cui, in una discussione relativa a un fatto o una notizia, la verità viene considerata una questione di secondaria importanza. Nella post-verità la notizia viene percepita e accettata come vera dal pubblico sulla base di emozioni e sensazioni, senza alcuna analisi concreta della effettiva veridicità dei fatti raccontati: in una discussione caratterizzata da post-verità, i fatti oggettivi – chiaramente accertati – sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica rispetto ad appelli ad emozioni e convinzioni personali“.

Come ha spiegato efficacemente in un’intervista Lee McIntyre, ricercatore al Centro di filosofia e storia della scienza all’università di Boston e docente di etica all’Harvard Extension School e autore del saggio “Post-Truth”, quello della post-verità è «un contesto in cui l’ideologia ha la meglio sulla realtà perché quale sia la verità interessa poco o niente».
Tutto questo fa sì che sia irrilevante che un politico o un imbonitore siano più o meno in grado di mentire e convincere gli altri che le proprie non siano menzogne. «Quando si mente, si cerca di convincere qualcuno che quel che si sostiene è vero», spiega McIntyre. «Con la post-verità, tutto questo è irrilevante. Non occorre sforzarsi di ingannare nessuno. Non si devono costruire prove false. Quel che conta è avere la forza di imporre la propria versione, indipendentemente dai fatti. Basta ripetere concetti semplici e accattivanti, anche se infondati, perché a nessuno conviene verificarli».

PLEBEISMO: RECINTI CHIUSI E GUERRA AL CONFRONTO RAZIONALE

Il plebeismo, che indica parole ed espressioni di origine popolare, oppure volgarità e grossolanità, nel dizionario politico identifica la variante antidemocratica del populismo. Un popolo privo di qualunque idea o velleità di partecipazione attiva alla vita pubblica si trasforma plebe e, in quanto tale, rifugge dalla democrazia per affidarsi ai profeti del plebiscitarismo.
Il plebeismo vive bene nei recinti in cui tutti la pensano allo stesso modo e ama i leader pronti a galvanizzare quelli che stanno dentro il recinto contro chi sta fuori. Il plebeismo porta al disprezzo degli intellettuali, degli scienziati, degli specialisti, considerati degli impostori e degli imbroglioni dei quali si può fare tranquillamente a meno. Il plebeismo trova il suo habitat nei social network, dove il meccanismo dei like e delle condivisioni porta al rafforzamento di gruppi chiusi, favorendo il rifiuto a priori del dialogo. La chiusura degli spazi di confronto isola le competenze e favorisce l’abbandono del confronto razionale, che sta alla base del progresso.

EFFETTO DUNNING KRUGER: CHI MENO SA È CONVINTO DI SAPERE TUTTO

Gli psicologi Justin Kruger e David Dunning nel 1999 dimostrarono che le persone con un basso livello culturale tendono a sopravvalutare in modo sistematico le proprie capacità e le proprie competenze poiché non posseggono gli strumenti conoscitivi in grado di misurarle. Al contrario le persone con un elevato bagaglio culturale tendono a sottostimare la propria competenza.
Chiunque – chi più, chi meno – ha (o tende ad avere) una percezione positiva della propria posizione sociale. Ma chi ha meno conoscenze, chi possiede minori risorse intellettuali per valutare se stesso e gli altri, tende ad attribuirsi grande intelligenza e notevoli capacità, difendendo a spada tratta la percezione che ha di sé, rifiutando qualunque fatto, idea o circostanza possano metterla in discussione. In assenza degli strumenti necessari a misurare l’effettiva capacità degli altri e la propria inadeguatezza, il rifiuto degli intellettuali, degli scienziati, degli esperti – ma anche dell’opinione del vicino di casa o del collega che abbiano una competenza in determinato settore – è assoluto e convinto.

la lezione dell’assalto a capitol hill

L’assalto a Capitol Hill segna una frattura inequivocabile in chi ha coltivato l’idea che dopo gli orrori dei totalitarismi e delle guerre mondiali la democrazia fosse un patrimonio acquisito di tutti.

C’è una parte consistente della popolazione che della democrazia non sa che farsene, la trova irritante ed è pronta ad usare gli strumenti stessi che le Costituzioni hanno messo a tutela del libero pensiero per sovvertirla. I social hanno dato fiato a rancori e violenza, i leader populisti incoraggiano queste masse. Gli strumenti messi in campo per la lotta alle fake news, vera benzina del plebeismo e della post-verità, finora sono risultati inadatti. Se uno è convinto a prescindere di qualcosa, se quel qualcosa lo fa stare bene, se corrisponde alle proprie convinzioni e alla propria visione della realtà, è del tutto irrilevante che qualcuno gli dimostri che non sia vero, visto che non è disponibile a cambiare idea. Segnare le differenze culturali, ribadire che solo gli esperti possono risolvere efficacemente determinati problemi, è necessario ma finisce per alimentare la diffidenza di chi non ha gli strumenti per capire che in determinati settori l’opinione di uno scienziato vale più della propria.

Il ragionamento da fare, nel mondo occidentale e in Italia, è su come riavvicinare alla democrazia e alla partecipazione consapevole milioni di persone escluse e tenute ai margini del sistema. Soprattutto oggi che la pandemia e la paura rende più fragile l’idea di libertà. Senza partecipazione attiva e consapevole la democrazia muore per mano di se stessa, stritolata nel meccanismo elettorale che in alcuni casi tende a premiare chi disprezza i valori democratici.
La sfida, oggi, è ricostruire quei contenitori attraverso cui le persone possano incidere nella vita pubblica, contare realmente attraverso movimenti, partiti, gruppi d’interesse sociale, essere immunizzati da chi ritiene che la soluzione sia lobotomizzare la democrazia.

Alessandro Russo
Alessandro Russohttps://www.sudefuturi.it/
Giornalista, editorialista, Direttore di SUD e FUTURI. Ha firmato importanti inchieste e approfondimenti, ricoperto incarichi di direzione in giornali, radio e televisioni, dove ha ideato e condotto programmi di grande impatto emotivo e civile. È stato docente di giornalismo e comunicazione per corsi universitari, scolastici e di formazione professionale. Ha scritto libri inchiesta sull’impatto della criminalità organizzata al Sud, sui pregiudizi e sulla deriva sensazionalistica dei media.

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