giovedì, 3 Aprile 2025

Problemi globali richiedono risposte globali

In pandemia da Covid-19 non possiamo dimenticare un altro virus: quello delle mafie. Ne abbiamo parlato con Antonio Nicaso, tra i massimi esperti mondiali di criminalità organizzata

Anche a Toronto c’è un regime di isolamento totale. Oltre un mese di nuove regole e nuovi strumenti, in ogni settore. A partire da quello delle docenze a distanza, per mantenere il contatto quotidiano con i suoi 530 studenti costretti a lasciare il campus della Queen’s University ed ora vivono con le loro famiglie. Antonio Nicaso, tra i massimi esperti mondiali dei fenomeni criminali di tipo mafioso, non si ferma neppure in quarantena. Continua a insegnare, continua a leggere – tanto, soprattutto filosofia – e a scrivere (sono quasi 20 i suoi titoli, diventati tutti best seller, la maggior parte scritta insieme al magistrato Nicola Gratteri). Fa tesoro del tanto tempo guadagnato con gli spostamenti quotidiani, continua a lavorare e aspetta. Come tutti.

Davvero come tutti? Parlando con lui è impossibile non pensare alla mafia. In questo periodo di overload da serie tv viene da chiedersi come si sarebbe comportato in questo lockdown da Coronavirus Vito Rizzuto di Bad Blood. La serie, che ha debuttato sul network canadese Citytv, ora su Netflix, è tratta dal romanzo Business or Blood: Mafia Boss Vito Rizzuto’s Last War, scritto da Antonio Nicaso e Peter Edwards.
Fuori dalla crime fiction, la domanda continua ad esistere prepotente. Cosa stanno facendo i boss mafiosi? Anche loro in isolamento, in super ville o nei tuguri dove si sono rifugiati in latitanza? O stanno lavorando più di prima?

Il coronavirus non ferma la droga

Certamente ci sono cose che non sono state fermate dal Coronavirus. Come la tossicodipendenza, che è uno dei settori di profitto delle mafie, soprattutto della ‘ndrangheta.
«L’isolamento sociale crea qualche difficoltà: in marzo i reati sono diminuiti un po’ dappertutto. Solo in Messico sono aumentati gli omicidi, che hanno superato i dati precedenti (oltre 2.500 in un mese). La difficoltà di muoversi prende anche loro. I pusher si stanno organizzando per incontrare i tossicodipendenti nel momento in cui c’è la possibilità di uscire, ad esempio per la spesa. Si ricorre al social network per organizzare possibili incontri. Cambiano le dinamiche, non la necessità».

Ma ci sono anche vantaggi dall’isolamento.
«Questa crisi può trasformarsi in un vantaggio in chi deve trasferire grossi quantitativi di droga dai paesi di produzione a quelli di consumo, visto che c’è la possibilità di utilizzare le zone di stoccaggio. È un momento straordinariamente propizio per mettere da parte delle scorte di droghe.
«In Messico alcuni cartelli hanno difficoltà ad acquistare dalla Cina i cosiddetti precursori chimici, necessari per produrre le droghe sintetiche, e dunque quel tipo di spaccio rischia di fermarsi. Ma adesso è facile portare da una parte all’altra la droga utilizzando container che trasportano beni di prima necessità, con lo stesso vecchio sistema del rip-off: manomettono un container, buttano dentro un borsone con la droga e lo risigillano. Ovviamente hanno qualcuno nel porto di destinazione che recupera il carico e risigilla il container prima che venga sdoganato».

La mafia aspetta i soldi

La mafia non dorme: l’allarme è stato lanciato da più parti. Arrivando persino a dire che i soldi destinati dall’Italia finiranno tutti nella disponibilità delle organizzazioni criminali.

«Bisogna evitare il rischio delle eccessive generalizzazioni: non vedere le mafie da tutte le parti, né bisogna ingigantirne il ruolo. Vivono anche loro delle difficoltà: è un momento importante per colpirle, non interrompendo l’azione di continuità, alzando la guardia, impedendo loro di rafforzarsi e quindi di arricchirsi.

«Dobbiamo evitare polemiche e dibattiti inutili, ma soprattutto agire con tempestività. Ogni tentennamento verrà sfruttato non solo dalle mafie, ma anche da certi faccendieri che sanno bene insinuarsi nelle pieghe delle nostre difficoltà: non dobbiamo dare spazio a chi non abbia strategie per il benessere sociale. I ritardi non ce li possiamo permettere. È l’unico modo per impedire che anche questa crisi possa trasformarsi in opportunità per chi ha interesse a promuovere solo il proprio tornaconto».

il contagio viaggia in rete

Parlando di virus e di contagio è automatica la metafora con le mafie. Un virus che non siamo ancora riusciti a debellare. Un contagio che si continua ad allargare. Come sono diventate così invasive?

«Le mafie nascono come strumenti di controllo sociale, vengono utilizzate per far rispettare norme e aspettative dei ceti dominanti. Nel tempo si trasformano in agenzie di servizi. Potremmo dire che hanno due grandi caratteristiche: la capacità di adattamento e la capacità relazionale. Hanno sempre saputo dissimulare la loro natura criminale e sono sempre riuscite ad adeguarsi ad ogni trasformazione sociale, economica, politica. Sono state presenti prima dell’unificazione territoriale dell’Italia, poi durante lo stato liberale, durante lo stato fascista, nella prima e nella seconda repubblica. Non solo sono riuscite ad adeguarsi ad ogni trasformazione sociale, economica, politica, ma sono riuscite anche ad adattarsi alle nuove piattaforme economiche e comunicative. In una recente indagine un broker si era offerto a pagare una partita di droga utilizzando i bitcoin. Si hanno notizie di broker legati alla ‘ndrangheta in grado di sfruttare le opportunità offerte dal dark web. Utilizzano i social network e hanno cambiato anche il linguaggio della comunicazione.

«Ma l’elemento dominante che ha consentito alle mafie di affermarsi anche lontano dai territori di origine è la capacità relazionale, cioè la capacità di fare sistema, di utilizzare dei professionisti per entrare nei centri di potere, per riciclare denaro, di sostenere un politico in cambio di utilità».

esistono anticorpi o vaccini per le mafie?

Stiamo comprendendo forse per la prima volta cosa significhi una pandemia, un contagio globale. Rimanendo nella metafora, chiunque può essere portatore del virus mafioso, anche i più insospettabili. Il contagio è invisibile ma dirompente. Quando ti accorgi di essere stato infettato potrebbe essere troppo tardi. Esistono mascherine per non venire troppo a contatto con le mafie, o le uniche che abbiamo usato, coprendoci gli occhi, non sono efficaci?

«I linguaggi di oggi ci fanno capire anche la mentalità di ieri, quando non si era compreso fino in fondo il senso di agente patogeno, l’importanza di questa capacità relazionale. Allora si pensava alle mafie come a dei virus pronti ad infettare i territori del centro e del nord Italia. Lo si pensava un virus pronto ad entrare nel corpo sociale in cui era nato, mentre le indagini ci hanno poi fatto capire che la forza del radicamento lontano dai territori di origine stava proprio nella capacità di fare sistema, di entrare in contatto con professionisti, politici, imprenditori del mondo che andavano ad esplorare. Sarebbe opportuno prendere spunto dalla pervasività di questo virus per fare analogie con un virus sociale con cui conviviamo da troppo tempo, che sono le mafie».

Vincono le leggi del mercato

«Le mafie sono contrarie alle leggi dello stato ma non alle leggi del mercato: hanno sempre avuto la necessità di giustificare la ricchezza che riescono ad accumulare grazie ai traffici illeciti, al traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Le mafie c’erano, ci sono, ci saranno. Dovremmo maturare gli anticorpi giusti per convincerci a lottare con la stessa resistenza, la stessa determinazione con cui stiamo lottando il Coronavirus, utilizzando le caratteristiche che stiamo scoprendo di avere per combattere anche quell’altro virus che da sempre infetta l’economia, perché deve necessariamente riciclare il denaro accumulato illegalmente.

«È facile pensare a famiglie mafiose che in una seconda fase, quella della ricostruzione, andranno a cercare le aziende che rischiano il default economico. Lo hanno sempre sempre fatto: anche durante la crisi del 2007/08 sono andati ad acquisire le aziende in difficoltà».

attenzione alle aziende a rischio

«Ricordo un esempio paradigmatico: la Blue Call, una società lombarda, doveva recuperare crediti. Piuttosto che rivolgersi allo Stato si è rivolta a famiglie della ‘ndrangheta. E invece di pagare per quel tipo di servizio (perché, lo ripeto, nel tempo le mafie si sono trasformate in ver e proprie agenzie di servizi) propose come controvalore delle quote azionarie. Quell’indagine fu importante perché ci fece capire che la mafia poteva contare su un valore economico: la capacità di recuperare crediti veniva equiparata ad un pacchetto pari al 30% delle azioni di questa azienda.
Le mafie cercheranno certamente di acquisire le aziende che rischiamo il default: potrebbero trasformare anche questa crisi in opportunità».

Usura e provviste in nero

«È chiaro che il Nord è molto più a rischio del Sud: dovremo tener conto dell’usura, monitorare come si andranno ad utilizzare le cosiddette provviste in nero, i guadagni delle varie attività illecite. È un momento particolarmente importante e delicato, perché è in gioco la credibilità dello Stato e del sistema creditizio. Se saremo capaci di impedire alle mafie quei margini di agibilità che hanno sempre avuto, probabilmente riusciremo a ridimensionarle. Se invece continueremo a litigare su chi debba gestire il rubinetto delle risorse, allora i ritardi andranno tutti a vantaggio delle mafie che non devono ricorrere alla burocrazia. E che sono molto più veloci quando si tratta di investire soldi, soprattutto in una congiuntura economica come quella che stiamo vivendo.

«Se riusciremo a garantire dei prestiti, a garantire fondi per evitare che le aziende debbano chiudere o svendere a chi ha liquidità per comprarle, probabilmente potremo guardare con più ottimismo al futuro. Pensiamo al settore alberghiero e della ristorazione: quanti avranno la forza di ripartire e quanti invece preferiranno svendere? C’è da valutare la tenuta dello Stato, delle banche: dobbiamo capire che è il momento di aiutare chi è in difficoltà per impedire che siamo i faccendieri e le mafie a farlo».

È possibile trovare un vaccino antimafia?

La metafora sul virus si chiude dove tutti stiamo guardando: alla speranza di trovare un vaccino, o almeno sviluppare gli anticorpi capaci di sanificare le tante realtà in cui le mafie si sono insediate. Se è una guerra da combattere in modo globale, non servirebbe una task force, un team internazionale per dare un colpo secco alle mafie?
«Sto leggendo, grazie al Coronavirus, molti libri di filosofia: Hume, i classici. La filosofia può aiutarci a ricordare che problemi globali richiedono risposte globali, e quindi una sorta di coordinamento di idee, di intenti che trascenda le diversità culturali e politiche, ma soprattutto la diffidenza reciproca, che ha sempre neutralizzato l’azione di contrasto sui grandi territori.

«Parlavi dell’importanza di trovare un vaccino: solo la condivisione dei saperi può aiutare. Mi piace ricordare Remo Bodei, morto di recente: diceva spesso che fare esperienza significa trattenere nel presente qualcosa di significativo del passato. Dovremmo prendere spunto da quello che è successo nel passato, per esempio durante i terremoti, quando le mafie hanno avuto la possibilità di infiltrarsi in tutte le logica della ricostruzione, gestendo risorse pubbliche ed accaparrandosi appalti. Dovremmo ragionare molto sulle risorse globali».

la task force dell’interpol

«L’Interpol aveva appena annunciato una sorta di task force mondiale contro la ‘ndrangheta: l’idea di poter condividere le banche dati e fare indagini comuni sul modello dell’operazione Pollino, che aveva dato importanti riscontri sul piano della collaborazione in campo europeo. Dobbiamo seguire questa strada, altrimenti il rischio è quello di dover sempre seguire le mafie che andranno a trovare le opportunità nei Paesi in cui è molto più facile delinquere. Se riusciamo a mettere a posto una risposta globale, le mafie avranno più difficoltà, meno margini di movimento. L’emergenza criminale va avanti da oltre 150 anni: dobbiamo superare le diversità culturali e politiche e la diffidenza che spesso ci impedisce di lavorare insieme».

La crisi sanitaria ci sta insegnando la strada

La diffidenza. Quella che quando il Covid-19 era a Wuhan sarebbe rimasto là in Cina, mica poteva arrivare in Europa. E che quando è esploso in Lombardia sarebbe rimasto in Italia, mica poteva diventare un problema di altri. Oggi tutti ritrattano, dicono che forse non abbiamo sbagliato così tanto con il nostro lockdown. Ma riusciremo mai a superare la diffidenza?

«Hume diceva che bisogna vivere cercando di non ricorrere alla speranza vana. Questa crisi sanitaria è un’esperienza epocale, un qualcosa che deve farci riflettere su come vivere, come relazionarci, come trovare soluzioni utili per tutti. Stare a casa per tutto questo tempo deve in qualche modo farci riflettere sull’esperienza di cambiare mentalità, di vincere la diffidenza. Mi piace pensare che questa crisi possa aver cambiato la mentalità.
Tornare ad occupare gli spazi con meno egoismo: solo così saremo diversi e determinati nell’affrontare le sfide future. Anche questa guerra si combatte solo attraverso la resistenza e la determinazione a fare ciascuno la propria parte».

Paola Bottero
Paola Bottero
JOURNALIST, STORYTELLER, VISION MAKER

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